Un lago in riva al mare per la caccia alle anatre

Il casone sommerso

Tutti i Metaurili che abitano nei pressi della foce ricordano il Lagone tra la ferrovia ed il mare. La battigia distava dalla ferrovia quanto “un tir de schiop”, quindi 150-200 metri.  Il “Lagone”  si era formato in seguito alla costruzione della ferrovia, alimentato dalle acque dell’ampio fosso di scolo passante al di sotto della massicciata. Apparteneva al sor Momo Solazzi che vi fece costruire un appostamento per la caccia, sua grandissima passione. Dov’era il lago ora c’è il mare battente sulla massicciata della ferrovia. A ricordarcelo i ruderi del casottino di caccia, visibili sotto il pelo dell’acqua.

Tra la ferrovia ed il mare … il Lagone

Dai racconti di “Scitbon” (orto 7), come il nostro illustratore, l’artista John Betti, immagina il Lagone.

All’altezza dell’attuale Centro Scarpa la battigia distava dalla ferrovia quanto “un tir de schiop“, quindi almeno 150-200 metri. I Severi abitavano qui una colonica, oggi abbandonata e bagnata dal mare,  e coltivavano per  Girolamo Solazzi (il sor Momo) una “posion” di diversi ettari. Il sor Momo, stregato dalla caccia, fece costruire nei pressi del lago un casotto per la caccia alle anatre. Nel lago venivano poste delle esche (o “trapon”), delle anatre finte galleggianti tirate con lo spago che muovendosi attiravano le malcapitate che sorvolavano quel piccolo specchio d’acqua. Anche Melchiorre Fucci, professore di disegno ed impegnato nella carnevalesca, era un cacciatore amante di questo luogo di caccia. Il casottino per la caccia era profondo circa un metro e mezzo, e fuoriusciva da terra di un altro metro e mezzo. Il sor Momo ed i suoi compagni potevano così divertirsi a cacciare al riparo dalle intemperie e ben nascosti.

Negli anni Quaranta e Cinquanta, ai ragazzi Rosa, che abitavano nei pressi del “Lagon” ed ai loro amici piace molto la domenica intrattenersi coi cacciatori: c’è Corrado, uno stimato falegname, e suo fratello, c’è un loro amico tedesco detto “Vici”, ed un fabbro ferraio, detto “il Bel Giuli”. Sono simpatici, si prendono in giro tra loro ed han preso a ben volere quei ragazzi curiosi. I cacciatori che non hanno accesso al casone del lago s’arrangiano come possono. Scavano una buca in riva al mare, nella ghiaia, e ci si infilano dentro. Si coprono con tanta di quella paglia che va sempre a finire che sudano anche in pieno inverno.

Onda su onda

Il sor Momo a caccia di anatre (archivio Stefanelli)

Ora il casotto è completamente sommerso. Cos’è successo? Sul finire degli anni Quaranta inizia la ricostruzione. I cavatori cavarono quanta più ghiaia e sabbia possibile fino a tutti gli anni Sessanta, epoca del boom edilizio. Gli scavi hanno generato un depauperamento della produttività di questi terreni, l’abbassamento di quota e la sparizione della duna di ghiaia, detta il “Breccion”, che proteggeva il litorale. In concomitanza si è innalzato il livello medio del mare. Il mare ha così inghiottito il lago ed il casotto, che oggi da sotto il pelo dell’acqua evoca un passato leggendario.

La caccia sportiva

Anselmo Principi prepara la “nocetta” al sor Momo (illustrazione di John Betti)

La caccia sportiva era praticata dalla società benestante: nobili, possidenti, professionisti, ed anche sacerdoti. Era esercitata per lo più col fucile, status symbol alla portata delle loro tasche. Il sor Momo Solazzi ne possedeva addirittura una decina.
Era un’attività praticata per divertimento, e che portava gli appassionati anche lontano da casa, anche all’estero.
In alcuni periodi dell’anno la caccia era legale, nei comuni costieri, solo entro qualche centinaio di metri dalla costa. Per questo il territorio agricolo e le spiagge di Metaurilia erano ricercati territori di caccia sportiva, spesso in competizione con quella di sussistenza praticata dagli ortolani e dai mezzadri che vi abitavano. Tra i cacciatori di spicco in questa zona il solito Momo Solazzi, possidente, Guerrieri, l’agiato imprenditore agricolo di Piagge, ed il prof. Melchiorre Fucci, artista ed appassionato cacciatore, direttore della rivista nazionale di Federcaccia “Il Tiro a Volo”.
Il sor Momo cacciava ovunque. Nel fiume, nel Lagone, in mare, nei campi. Questa sua passione era abbinata ad una grande simpatia, che lo ha reso protagonista di numerosi aneddoti. Quando i ragazzetti si avvicinavano li invitava ad entrare nel capannotto e se ne serviva quali onoratissimi assistentiIn cambio, oltre ad un gran divertimento si portavano a casa le cartucce, indispensabili protagoniste di grandi sfide a “filotto”.

Dai ricordi dei Metaurili:
Anselmo Principi (orto 103) aveva il compito di preparare la nocetta al sor Momo Solazzi. Il sor Momo cacciava e poi Anselmo la sera rimetteva tutto a posto. Il sor Momo a novembre, per il passaggio dei tordi, organizzava due pullman ed invitava tutti i Metaurili  cacciatori, ed i suoi coloni, ad una battuta di caccia nel sud Italia, per diversi  giorni. Ottima sistemazione, ottimi pasti.
Primo Minestrini (orto 25) entra nelle simpatie del sor Momo e ne diviene il cagnolino: segue il signore nella caccia e va in cerca delle prede colpite.
Silvio Gregorini (orto 77) ed i suoi amichetti giocavano con le cartucce da caccia conquistate sul campo. Le cartucce si mettevano in fila una dopo l’altra sulla Statale. Il gioco consisteva nel tirare un mattone piatto cercando di buttarne giù il più possibile.

Il sor Momo Solazzi prezzo il casolare dei Caslin, a Metaurilia assieme ai compagni , mentre raccontano in modo colorito le loro varie imprese di caccia ((archivio Stefanelli). Nell’ultima foto mostra con orgoglio il copioso frutto di una battuta di caccia (Federcaccia, Centanni di caccia nella provincia di PU).

La caccia di sussistenza

Una civetta sul trespolo, esca viva per la “nocetta” (archivio Principi)

Esche vive, dette “zimbelli”, per la caccia con le reti (archivio Principi)

La caccia di sussistenza è quella attività atavica, strettamente legata a chi pratica l’agricoltura, esercitata quale forma di integrazione alimentare necessaria a menù solitamente poveri di proteine. E’ anche un mezzo per arrotondare un magro salario grazie alla vendita della cacciagione.
La caccia è quindi una pratica molto presente nella storia dei Metaurili degli anni Trenta e Quaranta, allora certamente praticata per necessità. Il benessere economico che sopraggiunge in tempo di pace con la coltura di cavolfiori e pomodori rende la caccia non più un fatto di necessità, ma tradizione, divertimento e sport. Quelle competenze trasmesse di padre in figlio da generazioni, secoli e millenni vengono però col tempo inesorabilmente perse per due sostanziali motivi: sui giovani non ha più mordente, distratti come sono dai più disparati divertimenti ormai alla portata di tutti; inoltre certi tipi di caccia di sussistenza, quali l’uccellagione, vengono proibiti perchè causa del depauperamento dell’avifauna locale. L’uccellagione è la pratica di catturare vivi gli uccelli selvatici con trappole, reti, lacci. Ovvero senza fucile, in passato bene non alla portata delle tasche di braccianti e mezzadri. Tale pratica, nel tempo sempre più raffinata ed articolata in funzione della specie da catturare e della stagione, fu negli anni assai ostacolata dalla caccia sportiva perchè molto più efficace ed invasiva del fucile. Da diversi anni è un’attività illegale, in Italia.

Dai ricordi dei Metaurili:
Luigi Gregorini (orto 77) è un retaiolo. Caccia storni e pavoncelle con le reti. Nel 1969 una nuova legge sulla caccia vieta le reti. Luigi si avvilisce e poco dopo, a 61 anni, si spegne.
Anselmo Principi (orto 103) ama la caccia e con l’amico Bruno Vagnini (farmacista di Bellocchi) che abita alla Cupa, vanno nel podere di Paci a fare la “nocetta”: una capanna di frasche circondata da 3 metri di prato ben rasato. Nel prato vienescavato un piccolo laghetto e poste delle statuette raffiguranti degli uccelli. Su un’asta si mette una civetta (vera), ed Anselmo attacca con versi e fischi. E’ bravissimo. Ha un fischietto di terracotta, lo “stornarolo”, che come il flauto magico, non perdona. Nascosti nelle frasche Anselmo e Bruno sanno che prestissimo allodole ed altri uccelli cadranno nella trappola.
Angelo Aiudi (orto 15) tiene una “nocetta” fissa a bordo del lago. Ogni mattina di buonora entra scalzo nelle acque del laghetto vicino casa e “Pum” fa fuori un’anatra.
Giuliano Santini (orto 27) ed altri ragazzetti andavano a caccia di “cove” sugli olmi di campagna, o sotto i coppi dei tetti.

Silvio Gregorini (orto 77, il secondo in piedi da sinistra) dopo una battuta di caccia col fucile, assieme ad altri Metaurili cacciatori

2019-11-18T13:03:46+00:00