Nuove miniere e nuovi minatori
Il nido dei corvi
Ai primi del Novecento molti fanesi emigrarono a Sudbury per lavorare nelle miniere di Copper Cliff, ricche di rame e soprattutto di Nickel. L’insediamento italiano fu nominato “Crows Nest”, il nido dei corvi, come venivano etichettati quei ragazzi emigrati dall’Italia rurale di inizio secolo.
Una fortuita scoperta
Sudbury in Ontario, è un distretto minerario ed è uno dei più ricchi giacimenti minerari noti all’uomo. Il rame fu scoperto per caso vicino a Sudbury nel 1883 durante i lavori di costruzione della ferrovia. Si racconta che dopo lo scoppio di una mina, un fabbro che stava a guardare scoprì dei minerali che sembrava contenessero rame e nichel. Immediatamente si diffuse la notizia e i cercatori di rame accorsero sul posto per avanzare diritti sul minerale.
Iniziò lo sfruttamento di parecchie miniere, ma molti pensarono che la cosa sarebbe durata poco. Il processo di fusione allora impiegato di solito non produceva rame puro, ma rame misto a grandi quantità di nichel. A quell’epoca il nichel trovava poche applicazioni ed era poco richiesto. Anzi, allora era considerato un metallo tutt’altro che pregiato, perché era difficile e costoso separarne il rame con i metodi allora conosciuti.
Una nuova compagnia mineraria
Nel 1886 fu fondata la Canadian Copper Company (CCC), di proprietà statunitense che iniziò l’attività estrattiva nella miniera di Copper Cliff, cinque miglia a ovest di Sudbury.
Per assicurare l’attività di estrazione, bisognava dare una casa agli operai perché all’epoca l’area era una landa piena di foreste ma senza insediamenti urbani. L’azienda cominciò a costruire accampamenti per gli operai, che all’inizio erano prevalentemente uomini soli, emigrati da varie nazioni europee.
Nel 1902 la CCC e diverse altre aziende interessate alla produzione di nichel si fusero per formare la International Nickel Company (INCo) una holding americana con sede a New York.
Pia, Maura e Sonia a Copper Cliff con una guida d’eccezione: Marzio Apolloni dell’orto 65
I primi insediamenti
Nel giro di un anno, l’azienda avviò un programma di espansione industriale che includeva la costruzione di una moderna fonderia, la quale attirò un notevole afflusso di immigrati polacchi, italiani e ucraini, che iniziarono a modificare il panorama sociale. Il nuovo villaggio operaio prese il nome dispregiativo di Crows Nest ( nido di corvi). Qui trovarono alloggio i primi immigrati italiani, gli ucraini invece nella Johnson Extension, mentre i polacchi si unirono ai finlandesi e ai franco-canadesi a Shantytown.
Nella nuova company town di Copper Cliff l’azienda introdusse un rigido controllo tra i vari gruppi e una marcata differenza tra gli insediamenti. Gli anglosassoni, dirigenti e operai specializzati, erano separati dalla comunità operaia italiana dalla ferrovia. C’era insomma una spiccata segregazione spaziale, con un nucleo dirigente e benestante di lingua inglese da un lato e, separata, la zona assegnata alle occupazioni più basse nella gerarchia. Gli mmigrati italiani vivevano in una zona spoglia prossima alla fornace, con la vegetazione devastata dalle esalazioni sulfuree e lo squallore generale accentuato dalle povere, piccole case di legno e tronchi non verniciati e dai gabinetti all’aperto.
Copper Cliff. Una casa italiana
Little Italy
Casette italiane in mattoni, e villa anglosassone
Gli italiani che si stabilirono al Crows Nest di Up The Hill ( in cima alla collina) venivano da varie regioni italiane, soprattutto Marche, Friuli, Abruzzo e Calabria. La comunità italiana si trovava raccolta in una specie di ghetto detto Little Italy, dove la voglia di intraprendere dei nostri emigrati fece nascere nel giro di pochi anni negozi e servizi che resero in parte indipendente Crows Nest dal resto di Copper Cliff. Gli italiani cominciarono così a riscattarsi dalla miniera ed a migliorare le proprie condizioni di vita favorendo il ricongiungimento con le famiglie lasciate in Italia.
Negli anni 1912-14, la INCo reallizzò a Copper Cliff tutta una serie di sottoservizi come le condutture idriche e le fognature ma questi miglioramenti riguardarono soprattutto le abitazioni anglosasoni. L’unica nota positiva per i residenti stranieri fu la possibilità di costruire a proprie spese le case su terreni di proprietà della INCaoattraverso contratti di locazione dei lotti.
Appena ne ebbero le condizioni economiche, molti italiani approfittarono di questa possibilità, abbandonarono le case con tetti in carta catramata e senza fondamenta messe a disposizione dall’azienda e costruirono case di proprietà ispirandosi a quelle che avevano lasciato nel paese natio in Italia, cioè vere case di mattoni.
Copper Cliff oggi
Ancora oggi, girando per il quartiere Crows Nest di Copper Cliff, spiccano le case di mattoni che furono degli italiani e che, bisogna ammetterlo, si sono conservate meno bene delle case rivestite con materiali plastici, spesso sotto forma di doghe colorate, tipiche dell’edilizia canadese.
Un’altra caratteristica commovente di Crows Nest che fa riflettere sul forte attaccamento alla terra d’origine dei nostri emigrati, sono i nomi delle vie, intitolati spesso a città italiane. Anche la presenza di piccoli orti dietro le case ricorda l’origine contadina di molti migranti di inizio Novecento e il loro sforzo di ricostruire nella nuova terra abitudini e somiglianze natie come la coltivazione di cavoli, fagiolini, pomodori e le poche altre verdure in grado di sopravvivere al grande freddo canadese.
Gli italiani oggi sono andati quasi tutti via. Una volta lasciata la miniera e migliorate le proprie condizioni di vita (la prima generazione), si sono spostati a Sudbury in quartieri residenziali più verdi ed attraenti (la seconda generazione), e da qui sono arrivati a Toronto, a Montreal o ad Ottawa (la terza). L’Italian Club ha chiuso in occasione della Pandemia da Covid19, e la struttura è stata rilevata da una comunità di indiani asiatici, che oggi rappresentano la comunità più diffusa di nuovi migranti.
L’Italian Club, e gli ultimi orti italiani






